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Premiato da De Laurentiis, portato in trionfo dai compagni con lo stadio che lo acclama e lo confonde davanti alla sua famiglia
Senza parole. Perché alla fine d’una giornata così, mentre le lacrime ti solcano il viso e il fuoco divampa dentro, non c’è altro da aggiungere. «So dire soltanto grazie». Senza parole. Perché quando la gioia esplode e poi finisce per travolgerti, lasciando in te un senso compiuto d’amarezza, che solo un distacco doloroso può celebrare, non hai che da stringere le mascelle, serrare gli occhi, fendere la folla di cronisti e prendere a spallate il resto del mondo, per star solo con te e con quei sessantamila che t’hanno aspettato e osannato come una star. L’ultima giornata napoletana di Roberto «el Pampa » Sosa è un tumulto d’emozioni che stravolge un omone d’un metro e novanta, e quel giro d’onore nel San Paolo tutto per lui, solo per lui, con la squadra che lo porta in trionfo rappresenta il fotogramma da conservare per l’esistenza. Tutto meraviglioso tranne una maglia, inneggiante a tifosi sotto Daspo, che l’ignaro Sosa ha per qualche attimo indossato.
Quattro anni di Napoli, quattro anni di Roberto Sosa, quattro anni che scorrono via, lievi, mentre intorno è un fiorir di striscioni, è una standing ovation, è un «Pampa, Pampa» che inumidisce le guance di papà Roman arrivato dall’Argentina, della moglie; è uno spaccato da brividi per quel metro e novanta che rientra in patria, ricoperto dalla ammirazione d’una città che lo tiene lì, sull’erba del San Paolo, stordito e confuso. Napoli-Milan è finita, la festa del «Pampa» continua: c’è uno stadio che l’acclama e lo reclama, che l’applaude e lo sommerge d’un amore sconfinato.
«Io tutto ciò l’ho avvertito sin dal primo giorno che sono arrivato. Ringrazio tutti i tifosi, il direttore Marino che mi ha portato a Napoli e tutti i miei compagni di squadra. Siamo orgogliosi di aver battuto tutte le big di questo campionato. Ora non saprei cos’altro dire».
Meglio tacere, riascoltando quell’ovazione: la felicità è un giro di campo a cuore aperto; la felicità è quella gigantografia che il Napoli gli fa trovare, lui aggrappato alla rete dopo un gol; la felicità è guardare Gargano che lo spinge incontro alle curve; la felicità è Lavezzi che in Argentina, al Diariohoy.net, si spinge a raschiare i sentimenti:
«Non va via un compagno di squadra, va via per me un amico particolare. Io senza di lui non mi sarei integrato così rapidamente. Ogni volta che avevo bisogno, trovavo lui, quasi fosse un uomo della società. E’ stato attento a ogni mia esigenza, fuori e dentro dal campo. Sarò riconoscente per sempre, per tutta la mia vita a Sosa».
E Napoli decide di lasciare un’impronta imperitura in quell’omaccione, un gigante con le gambe che tremano e gli occhi ormai fradici d’uno spettacolo che resterà impresso nella targa consegnatagli da De Laurentiis, nelle immagini da andare a rivedere a getto continuo. Perché chi ama non dimentica...
fonte e foto corrieredellosport - Rino Cesarano |
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