| 1a giornata 31/08/2008 |
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| Garics: grazie al Napoli volo agli Europei |
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Parla cinque lingue, a giugno rappresenterà il club azzurro «Orgoglioso di me e di questa società, faremo tanta strada» Cinquanta metri per infilarsi in un sogno: « Ci ho creduto nel momento stesso in cui è partito il contropiede di Montervino, al quale va un grazie». Cinquanta metri alla Garics, testa alta e petto in fuori, perché è così che si vive, con dignità assoluta, cercando dentro di sé motivazioni forti, abbattendo luoghi comuni, correndo incontro al futuro che si può chiamare Uefa (« magari arrivasse, sarebbe degno coronamento d’una stagione fantastica»), che si chiamerà Europeo con la maglia dell’Austria: « Ci arriverò dopo aver segnato al Milan. Mi sembra una favola ». Garics, uno su mille ce la fa. «Io mi sento fortunato, perché ho avuto la possibilità di dimostrare che in questo calcio ci posso stare. Ho sudato e faticato, ma ci sono riuscito. Volevo venticinque presenze e almeno un gol in A, è andata». Un calciatore che esce dallo stereotipo. «In genere, ci incollano addosso un’etichetta: ragazzi che pensano solo ai soldi, alle donne e alle macchine. Mi piace essere giudicato per quel che sono fuori dal campo, vorrei fosse così». Parla cinque lingue, studi classici alle spalle, cultura ampia. «Il calcio un giorno finirà ed io spero di essere preparato alla vita. Sono grato ai miei genitori che mi hanno insegnato come comportarmi, come stare tra la gente, come reagire. E devo un grazie a una famiglia di Castelvolturno, la mia famiglia napoletana, che ha facilitato il mio inserimento qui in Italia ». Lei invece ha capito soffrendo come va il calcio. «L’errore che causò il rigore nella gara con l’Albinoleffe, a Bergamo, mi costò otto mesi di apprendistato. Poi sono riuscito a riemergere, a Genova ero in campo: sono nella storia. L’ho meritato». Com’è stato il rapporto con Reja? «Da uomo a uomo. Io capivo il suo ruolo, quando andavo in tribuna mi sollecitavo da solo, esortandomi: dovevo essere io a convincere l’allenatore a farmi giocare». Alti e bassi, molta panchina. «Ma so anche come vanno le cose nel calcio. So che spesso i pregiudizi rappresentano un problema quasi insormontabile. E’ chiaro che se fossi nato in Brasile sarei stato guardato con maggior benevolenza dalla critica». L’avrebbero magari chiamato Garicsao... «Io di brasiliano ho un modello: Cafu ». Lei, che ieri sera a Roma è stato ospite dell’Ambasciatore austriaco in Italia, l’unico del Napoli che va agli Europei. «Sono orgoglioso di me e di rappresentare questa società che ha creduto in me. Sono ungherese di nascita, nazionale austriaco: mi tocca sempre fare molta strada per arrivare». fonte e foto corrieredellsport - Antonio Giordano |
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